venerdì 22 novembre 2013

Seconda Parte (intervista a Milazzo): Fanzine Popular Press n.1 del 1984

Seconda parte: Intervista a Ivo Milazzo.
Per leggere la prima parte (intervista a Berardi) qui

D: Chi è Ken Parker?
R: “E’ un uomo dell’ottocento, la cui vita si svolge in America, che affronta da uomo normale tutte le situazioni che la vita stessa gli propone di volta in volta, cercando di risolverle con la propria personalità e la propria sensibilità. Per quanto mi riguarda è anche un amico, un compagno, perché è stato testimone della mia evoluzione grafica e grazie a lui sono potuto arrivare all’attuale situazione professionale, proprio stilisticamente parlando, e grazie a lui ho potuto far conoscere il mio lavoro a molte persone.”

D: Quanto c’è di KP in lei?
R: “Forse sarebbe più giusto dire quanto c’è di me in KP. Alcuni dicono che ho preso il mio viso per fare il personaggio; sicuramente c’è di vero che ognuno di noi, più o meno inconsciamente, cerca di trasmettere qualcosa di se stesso in tutto quello che fa, è anche umano che sia cosi. Senz’altro c’è il suo modo muoversi, di gestirsi, di comportarsi, perché chiaramente quando si esegue un disegno, non utilizzando modelli, la cosa più semplice è quella di esaminare se stessi, per la riproduzione di certe posizioni, e quindi involontariamente si ripropone la propria persona al lettore.”

D: Quanto tempo le richiede l’esecuzione di una tavola a colori? E quanto una in bianco e nero?
R: “E’ difficile a dirsi. Dipende dalla complessità sia di quella a colori, sia di quella in bianco e nero; ci sono delle pagine che uno esegue abbastanza celermente, altre che richiedono più tempo. Io so che nell’arco di un anno riesco ad eseguire più o meno 150 tavole, grosso modo sono un po’ meno di una tavola al giorno. Senz’altro una tavola a colori richiede più tempo, perché il bianco e nero, per quanto mi riguarda, è più immediato, è più dentro la mia testa, e se devo eseguire una pagina a colori, come per esempio in “Cuccioli”, dove ho eliminato i molti punti in nero e quindi ho dovuto pensare il colore in sostituzione, per cui c’è senz’altro una notevole perdita di tempo per eseguire questa tavola, e poi c’è una sua complessità strutturale maggiore rispetto al bianco e nero.”

D: Collabora con Berardi alla stesura dei soggetti? Ed in generale come si svolge il vostro lavoro?
R: “No, io non collaboro alla stesura dei soggetti, perché essi vengono prima, e poi ognuno di noi ha dei compiti ben definiti. Questo non vieta comunque che, sentendoci molto spesso, parlando di un soggetto, ci possa essere un suggerimento da parte mia, un arricchimento, come viceversa può esserci un suggerimento, un’idea da parte di Berardi per quanto riguarda il disegno. Questo sempre è determinato dal fatto che abbiamo iniziato insieme questo mestiere, e prima di iniziare siamo diventati amici, proprio sui banchi di scuola, che ci hanno permesso di conoscerci e di vedere che avevamo questa complementarietà di interessi, cioè a lui piaceva scrivere, a me piaceva disegnare, ci siamo trovati bene e abbiamo iniziato questa carriera, dividendone gli alti e i bassi, puntellandoci a vicenda nei momenti di sconforto. Ciò ci ha permesso di dare un’insieme di lavoro molto omogeneo, molto completo, proprio perché ognuno esegue il suo lavoro, lo esegue al meglio, e questo lavoro, essendoci una sensibilità comune, un’ottica comune, la conoscenza delle stesse cose, può essere eseguito in quel determinato modo. Molte volte mi viene chiesto se Berardi mi obbliga con delle scritture a fare delle determinate cose, ma non è un obbligo; leggendo i suoi soggetti, molte volte la vedo nello stesso modo in cui lui me la indica. Molte volte Giancarlo non mi indica nulla nella sceneggiatura, ed io eseguo secondo la parte di regia che mi spetta e molto spesso mi conferma che la visuale è simile alla sua, proprio la stessa linea di condotta.
Il nostro lavoro quindi si svolge in questo modo, che Berardi ha un soggetto in testa, ne fa la sceneggiatura, intanto se ne parla, si cerca tutta la documentazione necessaria sia per il testo che per i disegni, dopodiché c’è l’esecuzione della tavola disegnata e li finisce il nostro lavoro.”

D: Non le ha creato problemi il lavorare con personaggi il cui volto è già noto al lettore (Redford, Lee Marvin, la Monroe ecc.)? Non si sente condizionato?
R: “No, assolutamente, non mi ha creato nessun problema, anche perché molte volte quando ci sono dei personaggi nelle storie, io cerco di visualizzarli con un attore che ho già visto in una parte che potrebbe adattarsi a quella che devo eseguire. Questo anche per facilitarmi la caratterizzazione del personaggio. E se in genere scelgo un attore che ha fatto una parte eclatante, per me è un rendergli omaggio, non cerco di mimetizzarlo, anzi cerco proprio di renderlo riconoscibile per far capire questa citazione. Ripeto, non nessuna difficoltà nel riprendere degli attori, il maggior problema sta nel cercare di catturare i tratti necessari, di base, per ricrearne l’immagine fisica.”

D: “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo” è il film che ha dato il volto di Robert Redford a KP; in precedenza era stato considerato un altro volto?
R: “No, perché quando nacque KP, nacque per caso innanzi tutto, perché doveva limitarsi ad un racconto solo, che avrebbe dovuto essere inserito nella Collana Rodeo. Però Bonelli a quel punto aveva bisogno di materiale e dopo l’esecuzione del primo albo, ci ha chiesto di farne un secondo. E dovendone fare un secondo e poi un terzo, nacque la necessità di rendere il personaggio più facilmente riconoscibile, ringiovanirlo un pochettino, e si mantenne la fisionomia di Robert Redford che aveva ispirato il personaggio fin dall’inizio, proprio perché KP nacque sulla scia di “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo”, su desiderio di riproporre questa figura abbastanza mitica dell’epopea americana, questo cacciatore di pellicce, con quel fucile particolare, ad avancarica, a canna lunga, pronto per la caccia, che non veniva utilizzato per l’offesa, o almeno questo era l’intento. Mi piacque proprio Robert Redford perché si staccava dai canoni classici di bellezza, che erano quelli che avevano caratterizzato il cinema degli anni ’20, ’30 e ’40. E aveva una struttura fisica non eclatante che riproponeva una figura di personaggio umano, proprio una persona qualunque. Questa è stata la motivazione della scelta.”

D: Lei ha dichiarato che per le sue tavole usa documentarsi approfondendo la conoscenza dei pittori del periodo in questione. Per Kp a chi si è rivolto? Jacob Miller, Russell, Catlin, Remington o chi altri?
R: “All’inizio non mi sono rivolto a nessuno, perché le mie finanze non mi permettevano di arricchire le mie conoscenze con quei volumi di cui avrei fatto uso in seguito. Per cui la conoscenza di questi pittori è venuta in seguito ai primissimi numeri, e senz’altro quelli che mi sono piaciuti maggiormente sono stati Remington, Russell ed altri pittori che hanno ripreso l’epopea western come Harold Forsmith e Claimer (i miei preferiti). Catlin e Miller non mi hanno mai mandato in visibilio, diciamo, li sentivo troppo oleografici, erano bravissimi, ma lontani dalla mia sensibilità.”

D: In KP seguiamo l’evoluzione del suo stile: da un disegno minuzioso, ricco di particolari, accademico, ad uno nervoso, sintetico, più efficace. Naturale evolversi di uno stile o in ciò pesa l’elevato ritmo produttivo che una serie di 96 tavole mensili impone?
R: “L’evoluzione di un tratto è una cosa normale per chi fa questo lavoro, per chi lo fa cercando di migliorarsi. All’inizio io riprendevo, cercavo di imparare da professionisti già affermati che più o meno avessero quel modo di ripassare che si confaceva alla mia idea. Ed in genere ho guardato disegnatori che avevano seguito la scuola di Caniff e di Toth. Però andando avanti, chiaramente ho abbandonato quest’aiuto che i miei colleghi mi offrivano, con l’acquisizione della tecnica ho cercato di far venire fuori quello che c’era ll’interno di me, della mia personalità. Quindi c’è stata questa ricerca di sintesi, di eliminare tutto quello che secondo me era una perdita di tempo, che non era di arricchimento al disegno, ma che era solo una sovrastruttura, un abbellimento non necessario alla lettura. Questo sempre perché io considero il disegno come narrazione, il fumetto è narrazione e come tale deve cercare di farsi leggere il meglio possibile, deve essere immediato perché altrimenti diventa illustrazione. Io ritengo che ci sia molta differenza tra fumetto e illustrazione, non per creare dei distacchi o per cercare dei distacchi, semplicemente perché l’illustrazione ritrae qualcosa che il testo già dice, che il testo già propone al lettore; in quel caso l’illustrazione rimane fine a se stessa, certo anche li dipende da chi esegue l’illustrazione, c’è sempre un arricchimento della stessa da parte di chi la esegue al di la di ogni stile; al contrario il fumetto, il disegno per il fumetto deve essere proprio sintetico, rapido, privo di segni che possano spezzare la lettura. Penso che l’arricchimento del disegno possa venire con la recitazione del personaggio, con la documentazione dell’ambiente che deve avvenire sempre in maniera, come posso dire, il più possibile plausibile, mai in maniera appariscente. Quindi questo tratto nervoso, sintetico, più efficace è anche uno specchio della mia personalità. La scelta non è poi stata determinata dalle 96 tavole che sono una mole di lavoro paurosa, se guardate la mia produzione nei 59 albi che compongono la collana, vedrete che i miei sono 15/16, il che vuol dire che la produzione non è stata elevatissima, erano due albi all’anno massimo e se pensate a quanto vi ho detto all’inizio dell’intervista più o meno sono duecento pagine. C’è anche da dire che 96 tavole in certi casi accentrare maggiormente l’attenzione del lettore sui personaggi e quindi c’è una facilitazione di esecuzione proprio perché quello che non si mette in una tavola si può mettere nella successiva; quando invece si ha un numero limitato di pagine bisogna chiaramente accentrare quello che è necessario alla narrazione.”

D: In KP usa varie tecniche di disegno: dal classico bianco e nero al colore, dalla mezzatinta alla spugnetta. Quale le ha dato maggiori soddisfazioni?
R: “Io penso che ogni tecnica, proprio perché è ricerca, da le sue soddisfazioni. Forse quella che per adesso non ripeterei è quella della spugnetta, è un mezzo troppo meccanico per quanto mi riguarda, troppo artificioso, per cui, dato che il mio stile, il mio modo di disegnare è basato sulla immediatezza, sulla spontaneità del mezzo, non avrei scelto l’acquerello altrimenti; ritengo appunto che la tecnica della spugnetta sia quella che meno si confaccia alle mie qualità naturali, l’ho voluta sperimentare in quel caso (l’episodio “Parker Addison, filosofo” in “Storie di Soldati”, Ken Parker n.50 n.d.r.) perché dovevo staccare il racconto singolo dalle pagine di collegamento, realizzate con il bianco e nero normale.
Quella che mi ha dato più soddisfazione è stata la tecnica della mezzatinta, perché ti offre un’infinità di soluzioni e ti da una soddisfazione incredibile, impalpabile. Nonostante ti dia un’immagine monocromatica, uno potrebbe scorgere un’infinità di colori dentro quella soluzione.
Per quanto riguarda il colore, ancora adesso sto cercando delle soluzioni che arricchiscano quelle che ho già trovato; ma l’interessante di questo mestiere è quello di non avere nulla di canonizzato, e c’è sempre una ricerca personale in tutto quello che si fa. Questo determina una passione per il mestiere che si svolge, e la passione è in genere quella che ti permette di migliorarti.”

D: Che genere di difficoltà ha incontrato passando dal bianco e nero al colore?
R: “In parte ho risposto già prima a questa domanda. Io il colore lo utilizzavo già per le copertine, anche se chiaramente era un’esecuzione diversa dalla pagina in bianco e nero normale; ripeto, forse la difficoltà era che in certi casi dovevo sostituire il nero con il colore, e quindi dovevo pensare a non inserire il nero in determinati punti, come invece l’istinto mi avrebbe dettato di fare.”

D: “Cuccioli” è stata una festa del colore (parole sue); non trova tuttavia che l’uso massiccio del colore carichi troppo il disegno pregiudicandone talvolta la chiarezza? (per esempio nella seconda striscia della sedicesima tavola)
R: “Li c’è anche un discorso di stampa, la riproduzione di quelle pagine, come è stata fatta per Orient Express, non è stata delle migliori, infatti c’era troppo rosso nelle pellicole, per cui alcuni sfondi si sono persi e ha pregiudicato un pochino quella che era la realtà della pagina e quindi del colore stesso. Io ritengo che questa tecnica che ho adottato sia abbastanza buona per fare delle tavole a colori, proprio perché c’è un ripasso, un contorno eseguito a pennino e poi uno sfondo lasciato totalmente a colori. Ritengo che sia un mezzo efficace, altrimenti non l’avrei utilizzato, e penso che con successivi miglioramenti ne possa essere ricercata una maggiore perfezione.”

D: E’ tradizione di casa Cepim che le copertine di ogni serie vengano realizzate da un solo disegnatore, capita cosi che tra la situazione ritratta in copertina ed il reale contenuto dell’albo vi sia incoerenza. In KP è successo una sola volta, con il numero 57 “Il sicario”. Cos’è successo?
R: “In genere ho sempre cercato di capire cosa accadeva nell’albo e poi facevo una illustrazione di copertina accattivante, che cercasse di riassumere quella che era un po’ la storia, anche se è molto difficile riassumere quello che è il contenuto di 96 pagine. Per quanto riguarda gli altri casi, non so se c’è mai stata incoerenza, per quanto riguarda “Il sicario”, ho pensato che anche se la storia si svolgeva in città l’importante era che la copertina desse l’immagine esatta di quello che voleva significare l’albo. C’era questa scelta, e poi forse la motivazione di base è che l’idea che mi era venuta in quel momento era quella.”

D: E’ dal ’74 che disegna KP, non se n’è stancato?
R: “No, non me ne sono stancato, perché siamo sempre riusciti ad alternare questo personaggio ad altre cose, c’è stato Tiki, c’è stato Welcome to Springville, c’è stato “L’uomo delle Filippine”, c’è Marvin, per cui l’importante secondo me è non fare sempre la stessa cosa, perché alla fine si rischia veramente di fossilizzarsi in un genere, si rischia di far cadere un interesse per l’epoca che si sta realizzando; il segreto penso stia proprio nel diversificare la propria produzione, per tornare con amore a ciò che è magari alla base del proprio lavoro.
Io mi auguro che KP non mi stanchi mai; andando avanti il tempo, quello che stanca non è il proprio lavoro, ma molte volte è quello che lo circonda, necessario, ma alle volte un attimino stressante. Mi auguro di amare sempre il mio lavoro, perché per amore l’ho scelto, e ripeto, KP è stato il primo personaggio che abbia realizzato ed è stato il mio compagno d’avventura, un’avventura che fino adesso sta andando avanti e mi auguro termini con un lieto fine.”

FINE  

giovedì 21 novembre 2013

VIDEO: conferenza Berardi & Milazzo - Lucca Comics & Games 2013


Lucca Comics & Games 2013 ha ufficialmente segnato il ritorno di Ken Parker!!

Dapprima con l'uscita della storia inedita "CANTO DI NATALE" contenuta nel portfolio della S.C.M., poi con le positive notizie giunteci circa l'imminente ristampa di Ken in doppia veste (per le edicole nel 2014 e deluxe a colori per le librerie nel 2015) per conto della Mondadori.

Venerdi 1 Novembre 2013 si è tenuto a tal proposito a Lucca un incontro con gli autori Berardi e Milazzo per la presentazione del portfolio e per illustrare a grandi linee il progetto editoriale Ken Parker/Mondadori.




In questa prima parte del video (VIDEO 1) gli autori spiegano come è nata l'idea della mini storia inedita (in realtà apprendiamo che inizialmente la proposta da parte della S.C.M. prevedeva una nuova ristampa del ciclo "Il respiro e il sogno") e le coincidenze necessarie affinchè il progetto con Mondadori potesse prendere forma.

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VIDEO 1



Nella seconda parte invece (VIDEO 2) ascoltiamo Berardi che ci parla delle  emozioni provate nel riprendere in mano il personaggio Ken Parker a distanza di molti anni e dopo aver preso, in questi anni, strade diverse ed essersi confrontato con differenti esperienze lavorative.

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VIDEO 2
 



Nel terzo video (VIDEO 3) possiamo invece ascoltare la risposta di Milazzo alla stessa domanda fatta a Giancarlo, in sostanza: "Cosa avete provato nel riprendere in mano dopo tanti anni un personaggio a voi particolarmente caro come Ken Parker?".

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VIDEO 3




Nel VIDEO 4 Berardi, Milazzo e Maurizio (socio S.C.M.) parlano invece del progetto portfolio "CANTO DI NATALE".

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VIDEO 4


Iniziano poi le domande di alcuni tra i numerosi presenti in sala verso i relatori.......e si parla tra le altre cose anche di vecchi progetti come Tom's Bar, Giuli Bai e Marvin , dei nuovi come Julia (Berardi) e del lavoro di Milazzo con Ettore Scola che sarà pubblicato dalla Bao......delle emozioni dello scrittore e del disegnatore, necessarie per poter presentare al pubblico un prodotto-fumetto coinvolgente, emozionante e non vuoto, un semplice succedersi di pagine scritte e disegnate.......e infine qualche dettaglio circa il progetto Mondadori.  

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N.B. Un particolare ringraziamento va all'amico Michele Moggio per le riprese video dell'interessante conferenza lucchese. Grazie!! 

mercoledì 20 novembre 2013

Prima Parte (intervista a Berardi): Fanzine Popular Press n.1 del 1984


Il termine inglese fanzine nasce dalla contrazione delle parole fan (da fanatic, appassionato) e magazine (rivista), traducibile come rivista amatoriale. Negli anni ’70 e ’80 le fanzine spopolavano tra i giovani! Ne esistevano di diversi tipi, da quelle dedicate alla musica (rockzine, punkzine…) alle varie sottoculture come le darkzine e le modzine e ovviamente a quelle dedicate al mondo dei fumetti,  le comiczine. Si tratta di riviste amatoriali realizzate con scarsi mezzi tecnologici (in maggioranza ciclostilate) a basse tirature (da poche decine di copie fino a massimo alcune centinaia) da grandi  appassionati del media fumetto.
Chiaramente verso la fine anni ’90, grazie all’esponenziale successo e quindi diffusione di internet, le fanzine su carta hanno lasciato sempre di più il passo alle webzine, più facili da produrre, a costo zero per quanto riguarda la stampa e soprattutto con una diffusione potenzialmente quasi infinita.

Tra le varie fanzine dedicate al fumetto porto oggi all’attenzione “Popular Press” a cura di Alessandro Pollazzon (di Belluno), il cui primo numero, datato Dicembre 1984, fu interamente dedicato al nostro Ken Parker!!


Il numero in questione contiene diversi interessanti articoli come “Analisi di un personaggio vagabondo della vita e protagonista dell’avventura” , “Ken Parker: la storia” ,“La vicenda editoriale” e ancora alcune schede dedicate agli autori (sceneggiatori e disegnatori), “I volti di Ken Parker” con una breve analisi degli stili adottati dai vari disegnatori nella realizzazione delle storie, e altro ancora...




In particolare, però, trovo molto interessante un’intervista agli autori Berardi & Milazzo realizzata dal curatore della fanzine che intendo proporre in questo blog in due parti: la prima parte è dedicata a Giancarlo Berardi, la seconda sarà dedicata ad Ivo Milazzo. Ricordo inoltre che siamo nel 1984 quindi alla fine dell’edizione Cepim 1/59 e agli inizi dell’avventura Orient Express, nel pieno del successo kenparkeriano.


Parte prima: GIANCARLO BERARDI.
Domanda: Chi è Ken Parker? Qualcuno l’ha definito la risposta degli anni ’70 a Tex.
Risposta: “E’ un personaggio della metà dell’ottocento. E’ soprattutto l’esigenza di due autori, nati e cresciuti in una certa epoca, di esprimersi con il mezzo fumetto.
Non so chi l’abbia definito la risposta degli anni ’70 a Tex; ad ogni modo non voleva rispondere a niente e a nessuno, se non – come dicevo – a queste nostre esigenze. Sicuramente sia Tex che KP si sono anche adeguati alle loro rispettive epoche.”

D: Come nasce KP? Cosa lo influenza? Cosa lo ispira?
R: “Nasce per caso. Viene influenzato da tutta la cultura precedente, fumettistica e non; e qui bisognerebbe fare un lunghissimo elenco, mi riferisco soprattutto alle mie letture, per quanto riguarda il testo, il soggetto e la sceneggiatura, mi riferisco al grande panorama cinematografico, che fa parte dei miei interessi. Tutto questo lo influenza e lo ispira.
Bisogna aggiungere naturalmente quella sensibilità personale attraverso la quale le conoscenze e la cultura vengono filtrate.”

D: Come costruisce le sue storie?
R: “Non ho un metodo preciso, anzi rifuggo dai metodi perché secondo me sono deleteri e tendono a fossilizzare le capacità creative di un autore. Talvolta parto da un buon inizio, talvolta da un finale che ho ben preciso in mente; altre volte da qualche fatto nel centro della storia, altre volte ancora solo da un’atmosfera, una specie di musichetta. A questo adatto poi personaggi e fatti.”

D: Ferruccio Gironimi, introducendo “Cuccioli”, focalizza un KP missionario, un uomo che crede di poter fare qualcosa per cambiare la storia. Mi pare che invece non abbia questa pretesa, o sbaglio?
R: “Si, effettivamente non ha questa pretesa, troppo grande e fuori dalla sua sfera. Kp si sforza di essere il più possibile un uomo comune, un uomo dei nostri tempi, e come ben sappiamo nessun uomo dei nostri tempi, anche il più potente, a meno che non sia un pazzo, può cambiare la storia.
L’unica pretesa che ha KP è quella di essere coerente con le idee, le sue idee, con il suo bagaglio di uomo, con i suoi valori, che piano piano ha riscoperto, dato che nella società in cui viveva, e anche in quella in cui viviamo noi, di valori ce ne sono ben pochi. C’è cosi questa necessità di crearsene di propri, e soprattutto di vivere coerentemente con essi.”

D: KP è stato cacciatore, scout, sceriffo, agente investigativo, operaio, attore; un preciso carattere del personaggio quello di identificarsi con ogni mestiere e nel contempo con nessuno, oppure la volontà da parte sua di evitare ogni clichè cambiando continuamente i luoghi e le situazioni?
R: “Dunque, KP è stato tutto questo sicuramente, ma non è che sia un preciso carattere. Lo è invece quello di lavorare per vivere; cioè lui non ha miniere d’oro o altre entrate sconosciute come molti personaggi del panorama fumettistico. Come dicevo prima, io tendo il più possibile a farne un personaggio reale e come tale ha bisogno di lavorare per sopravvivere. Certo c’è anche da parte mia un tentativo, e mi sembra anche piuttosto evidente, di evitare i clichè, non tanto cambiando i luoghi e le situazioni, ma soprattutto cambiando i personaggi che fanno da contorno a KP e che molto spesso assurgono al ruolo di veri protagonisti.”

D: L’utilizzo di attori conosciutissimi o di mostri sacri del mystery nelle sue storie sono un omaggio a queste forme di comunicazione popolare od uno studio calcolato atto a proporre al lettore il suo stesso immaginario collettivo utilizzando molteplici archetipi?
R: “Vediamo...sicuramente c’è un omaggio alle altre forme espresse dai mass-media, anche perché il fumetto è un mass-media per eccellenza, e secondo me queste varie forme sono interagenti, si sono –almeno nel passato- influenzate tra loro, quindi mi pare anche molto interessante rimetterne insieme, alle volte, i motivi più eclatanti. Che sia uno studio calcolato direi di no, sarebbe un’operazione un po’ furbetta, che tutto sommato non m’interessa. E’ un fatto che molti lettori hanno lo stesso immaginario, mio e di Milazzo, in quanto hanno avuto la stessa cultura, le stesse esperienze, e quindi si riconoscono in un certo discorso.
Qualche volta c’è una strizzatina d’occhio a questo tipo di lettore.”

D: Come riesce a conciliare John Ford con Age & Scarpelli , Hemingway con Shakespeare, Hammet con Peckinpah?
R: “Direi che non c’è problema nel farlo, anche perché molti di questi già si sono influenzati a vicenda, a partire da Shakespeare a venire in giù naturalmente. Noi siamo effettivamente i figli di queste forme espressive culturali, quindi non vedo proprio quale sia la difficoltà.”

D: KP è per sua stessa ammissione un fumetto popolare; in questo mi trova completamente d’accordo, tuttavia, pur comprendendo pienamente i motivi che l’hanno portato su Orient Express, temo che KP, proprio per il pubblico a cui le riviste in genere si rivolgono, perda l’accezione di popolare. Rimanendo cioè le nuove storie in sintonia con quelle già pubblicate, la diversa collocazione di esse restringerebbe notevolmente il numero di lettori a cui originariamente erano dirette. E’ d’accordo?
R: “Che KP sia un fumetto popolare è attestato da due fatti: il primo, che per moltissimo tempo è stato venduto ad un prezzo cosiddetto popolare. Il secondo è che il pubblico ha dato un grande riscontro a questo prodotto, tanto che gli ultimi numeri della vecchia serie sono andati addirittura esauriti completamente. Il timore che KP diventi qualcos’altro, vale a dire che perda parte di quell’alone popolare, è anche un timore che è stato per molto tempo mio, ho riflettuto a lungo su questa possibilità; sono però venuto alla conclusione che era più importante a questo punto la sopravvivenza del personaggio, piuttosto che lasciarlo popolare e dequalificarlo, dequalificarlo proprio in senso stretto perché il motivo principale che ci ha indotto a chiudere la vecchia serie era proprio la qualità. Ormai era molto difficile mantenersi su certi livelli quantitativi, neanche a parlarne ad esempio di esperimenti che tendevano a migliorare la serie, e quindi ancora una volta abbiamo fatto la scelta della qualità a scapito della quantità. Noi siamo convinti che il lettore si abitui, magari col tempo, e rimanga soddisfatto di due storie, ben costruite e ben realizzate, all’anno, piuttosto che sette o otto un po’ raffazzonate.”

D: Panebarco, in merito alla dibattuta questione della crisi del fumetto, disse che una delle cause di questa era l’uso di uno stile cinematografico nelle storie, in quanto l’ipotetico acquirente, dovendo scegliere tra cinema e fumetto, opta per il primo grazie ai maggiori mezzi (movimento e suoni) di cui esso dispone rispetto alla carta stampata. Cosa ne pensa?
R: “Innanzi tutto penso che Panebarco abbia diritto alle sue opinioni. Poi dirò anche che, secondo me, lo stesso Panebarco usa uno stile cinematografico nelle sue sceneggiature, che è anche la cosa più divertente. Quanto ai maggiori mezzi, non sono molto d’accordo: cinema e fumetti sono nati contemporaneamente alla fine dell’ottocento, e si sono all’inizio influenzati vicendevolmente; ora questa influenza negli ultimi anni è ripresa, un po’ perché c’è una grossa crisi di idee sia nel cinema che nei prodotti televisivi e quindi queste attingono laddove le idee sono ancora abbastanza valide e guarda caso si rivolgono proprio ai fumetti.
C’è proprio un boom, direi, sia in America che in Francia; c’è un boom del fumetto rivisitato dal cinema e dalla televisione. Poi, anche se manca del suono ci sono dei mezzi espressivi, io stesso ne utilizzo e ne sperimento alcuni in KP, che possono sopperire abbastanza bene a questa mancanza.
C’è ancora un altro motivo, che a mio avviso è vincente (per il fumetto), vale a dire che il fumetto è un oggetto, è un oggetto da capitalizzare, mentre il cinema non lo è. Da capitalizzare perché un libro, una storia a fumetti può essere ripresa in mano in qualsiasi momento e rigustata con lo stesso piacere della prima volta, o anche addirittura riuscendo a trovare nuovi motivi nella rilettura, motivi di interesse che magari erano sfuggiti la prima volta. Per esempio penso che KP sia abbastanza adatto a questo genere di operazione, perché è un prodotto inteso a vari livelli di lettura, che andrebbe sempre rivisto.
Ecco, quindi la mia opinione è che non ci sia assolutamente una questione di svantaggio; non solo, quando io ho iniziato a scrivere fumetti, notai la differenza tecnica tra cinema e fumetto: il cinema, grazie ai grossi capitali investiti e alla grande diffusione, aveva sviluppato una tecnica più agile del fumetto, alla fine degli anni ’60, primi anni ’70. Facendo un paragone con il cinema, quel tipo di fumetto praticamente era fermo agli anni ’30, con lunghe didascalie, con sceneggiature farraginose, molto ripetitive, molto lente. Io pensai che valeva la pena tentare di trovare nuovi moduli espressivi per il disegno; per quanto mi riguarda adottai in pieno la sceneggiatura cinematografica, naturalmente adattandola alle esigenze grafiche del fumetto. I risultati mi pare siano abbastanza consolanti, anche perché ho visto che altri hanno ripreso questo nuovo modo di scrivere fumetti, evidentemente piace non solo agli autori, ma anche ai lettori.”   

D: Antonio Faeti indica Ambrose Bierce come il remoto progenitore di KP. In che misura ciò è vero?
R: “In nessuna misura. Intanto perché quando iniziai a scrivere KP, Ambrose Bierce non l’avevo ancora letto, non lo conoscevo neppure, e poi anche perché lo spirito dei due personaggi è molto diverso: Bierce è caustico, pessimista, ma ha un pessimismo distruttivo, mentre KP lo definirei un realista idealista. 

D: Sempre Faeti (Orient Express n.20) dice che KP si legge come un mito, solenne e divertente, lieve e popolare, forte ed irato. E qui sta il punto, KP è ormai un mito?
R: “Io mi auguro tanto di no, perché i miti sono granitici, e quindi immutabili, la caratteristica principale di KP è invece la crescita, il mutamento, l’adeguamento con le esigenze dei tempi. E’ un personaggio che vive in una realtà politica, sociale, economica ben precisa, che è quella della fine dell’ottocento americano, ma che metaforicamente ci riporta alla nostra realtà, alla realtà dei nostri tempi, e più precisamente a quella italiana, a cui spesso faccio riferimento sotto mentite spoglie. Quindi lo sforzo più grande è proprio quello di tenere KP alla stregua coi tempi, che per dire la verità non mi costa nemmeno tanta fatica, poiché cresce insieme a me, è nato diciamo sotto la spinta degli entusiasmi sessantottini e piano piano è maturato, un po’ come è successo a me, quindi con molte disillusioni, con molto ideali andati a male, ma ancora con una base di coerenza che cerchiamo di mantenere più intatta possibile.”

D: Ultima domanda. Il futuro cosa riserva a KP?
R: “Ho diverse storie, diversi piani in mente, ma direi che il dato più importante è quello che KP diventerà sempre più una storia diciamo senza tempo, una storia di personaggio piuttosto che di ambiente. Anche se è una contraddizione in termini, perché in realtà le storie di KP sono fatte di atmosfere più che di personaggio.
Quello che intendevo dire è che si staccherà dall’ambiente western, e diventerà semplicemente la storia di un personaggio che potrà anche viaggiare oltre che negli Stati Uniti anche al di fuori di questa realtà ottocentesca, e proprio nei pressi ci sono altre storie, altri personaggi, altre culture, altre atmosfere affascinanti che mi intrigano e di cui non voglio perdere l’occasione di parlarne.”

Fine prima parte.
Per leggere la seconda parte (intervista a Milazzo) qui 

giovedì 7 novembre 2013

Collezionismo: cofanetto cartoline Lo Vecchio

La Editoriale Lo Vecchio negli anni '80 pubblica un cofanetto contenente 12 cartoline nella prima versione e 13 nella successiva versione.
Si tratta di cartoline a colori 14,3x10,1 cm disegnate da Ivo Milazzo facenti parte della Collana Immaginario – Editoriale Lo Vecchio, che pubblica tra gli altri anche set di cartoline di Manara, Galep, Calegari
L’edizione “Ken Parker di Berardi & Milazzo” da 13 pezzi riproduce in cartolina le seguenti copertine :
1)rivista Comic Art n.17   
2)KP n.57 (Il sicario)  
3)volume Mondadori “La ballata di Pat O’Shane”
4)KP n.37 (Cronaca)
5)Collana West n.5 (Chemako)
6)KP n.29 (Il magnifico pistolero)
7)KP n.45 (La donna di Cochito)
8)KP n.36 (Diritto e rovescio)
9)Collana West n.3 (I gentiluomini)
10)KP n.44 (Sulla strada per Yuma)
11) ?? (Ken segue una pista col suo cavallo)
12)rivista Comic Art n.10
13)Collana West n.1 (Lungo Fucile)


 
Immagine cofanetto (fronte), Editoriale Lo Vecchio



Immagine (fronte) delle 13 cartoline (seconda versione), Editoriale Lo Vecchio


Immagine cofanetto (retro), Editoriale Lo Vecchio


Immagine (fronte) di tutte le 12 cartoline (prima versione) nel loro splendore, Editoriale Lo Vecchio


Come si può notare dalle immagini, rispetto alla prima versione a 12 cartoline, nella seconda (a 13) manca la cartolina "KP e Norma Jane" (Marylin) sostituita dalla cartolina "Diritto e rovescio" mentre viene aggiunta la tredicesima cartolina della serie (numerata 1) che riprende l'immagine del cofanetto con un bordo bianco nella parte bassa della cartolina (vedere immagine sotto n.b.).


Vi sono poi altre piccole differenze cromatiche e/o di inquadratura tra la prima e seconda versione, in particolare si nota che la cartolina "Cronaca" KP 37  nella seconda versione ha anche la scritta.


martedì 5 novembre 2013

Intervista a Berardi e Milazzo ne Lo spazio bianco

Interessante intervista di Giuseppe Lamola, pubblicata nella rivista online Lo Spazio Bianco, ai "papà" di Ken Parker: Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo.
Dall'intervista traspare chiaramente l'emozione degli autori nel riprendere il percorso con Lungo Fucile a distanza di parecchi anni dall'ultima uscita in edicola dell'inedito "Faccia di Rame"

Che emozione si prova a riprendere in mano un personaggio del calibro di Ken Parker, che ha fatto la storia del fumetto italiano?
Giancarlo Berardi:
"Una sensazione profonda, come quando si riabbraccia un figlio che è stato lontano per vent’anni. La storia del fumetto c’entra poco. È un fatto affettivo, che smuove sentimenti, ricordi, tenerezza."
Ivo Milazzo: "Ken Parker è il personaggio grazie al quale sono diventato un professionista della narrazione a fumetti. Un compagno di viaggio con cui crescere, confrontarmi e diventare uomo. La creatura di carta certamente più importante tra quelle a cui ho dato vita. Riprenderne il cammino, è un’emozione unica insieme a quella di poter soddisfare la curiosità di tutti i suoi insostituibili lettori."



Berardi e Milazzo parlano poi della continuity kenparkeriana, della collocazione temporale della mini storia Canto di Natale e dei motivi che hanno spinto autori ed editore (la S.C.M.) a scegliere il formato portfolio in versione lusso, anzichè altre forme, per il nuovo inedito di Ken Parker. 


L’episodio breve che presenterete a Lucca, intitolato Canto di Natale, a che punto della continuity della serie si collocherà? Nel finale di Faccia di rame (Speciale n.4) lasciavate intendere che Lungo Fucile sarebbe prima o poi uscito di prigione, nonostante le ultime storie ambientate nel presente lo vedevano ancora rinchiuso; come si inserirà, quindi, questa nuova storia?
GB:
"In questa novella, Ken sta ancora scontando la sua pena, dopo essere stato trasferito in un campo di lavori forzati del Montana. L’episodio, rimpolpato da altre scene, potrebbe costituire la prima parte di un’eventuale ripresa della saga."
IM: "Se si concretizzeranno alcune proposte, potrà divenire il segnale, il prologo o la pregustazione di un altro più ampio prosieguo. Abbiate pazienza e fiducia."

Per questo atteso episodio avete pensato di realizzare un portfolio in veste deluxe e a un prezzo non accessibilissimo. Perché proprio questo formato? Pensate che sarà in seguito ristampato in altra veste?
IM: "Il desiderio è stato quello di offrire qualcosa di più accattivante da qualcosa di già troppo visto. Giancarlo ha creato lo spunto e questo era il solo modo per proporre 12 pagine a colori, anche se in forma più amatoriale che di massa. Ma, penso, che resterà un oggetto prezioso al di del prezzo di vendita".
GB: "In Italia non esistono più riviste altri contenitori similari. Non c’è modo di pubblicare una storiella di dodici pagine, se non affidandosi a un’edizione pregiata, con i relativi costi. In verità, gli amici dello Spazio Corto Maltese avevano chiesto a Milazzo di ristampare un episodio del "Respiro e il sogno". Quelle storie sono state pubblicate e ripubblicate, non mi andava di utilizzarle per l’ennesima volta. Così ho proposto un nuovo episodio, con grande sorpresa di Ivo. Erano vent’anni che non lavoravamo insieme. Era un modo per lanciare un messaggio al mio vecchio partner, ma anche a tutta l’editoria. Io ci sono. Noi ci siamo. Ken Parker c’è".



Molto interessante anche questo passaggio tecnico dell'intervista:


IM: "Le esperienze ti aiutano sempre a sviluppare e a esternare altre forme di comunicazione. Lavorare su prodotti che potevano avere un pubblico internazionale e diverso dal nostrano, abituato a visioni bonelliane, mi ha permesso di sperimentare meglio la narrazione con il colore, pur mantenendo la matrice espressionista che contraddistingue da sempre la mia sintesi stilistica"
......
Per leggere l'intervista completa...Lo spazio bianco!!

sabato 2 novembre 2013

News da Lucca Comics 2013

In una sala gremita di fans e curiosi si è tenuta ieri Venerdì 1 Novembre 2013, l'attesa conferenza di Ivo Milazzo e Giancarlo Berardi.

Berardi e Milazzo in un momento della conferenza Mondadori, Lucca Comics 2013



Ivo Milazzo intento a dedicare il portfolio Canto di Natale S.C.M., Lucca Comics 2013



Giancarlo Berardi allo stand S.C.M., Lucca Comics 2013

Dalla conferenza apprendiamo che il progetto Ken Parker-Mondadori raddoppia, prevede infatti non una ristampa ma ben 2 !!!
Proprio cosi.
Nella primavera del 2014 infatti per Mondadori uscirà la ristampa cronologica di Ken Parker in bianconero.


Ristampa cronologica Ken Parker Collection 1/45, Panini Comics 2003/2007

Dal 2015 invece potremo acquistare in fumetteria la seconda proposta di Mondadori per Ken Parker. Si tratterà di un'edizione lusso, una ristampa non cronologica ma composta da una selezione di circa 30 storie colorate da uno staff internazionale di professionisti.
Sempre nel 2015 vedrà la luce la storia inedita di Ken, in fase di preparazione in questo momento. Poi se la risposta del pubblico nei confronti del personaggio sarà buona e di conseguenza i dati di vendita delle ristampe saranno positivi, gli autori si riservano di produrre altro materiale inedito.
Appena sarò in grado di fornire ulteriori dettagli non mancherò certo di inserirli nel blog.
Stay tuned !!